Pulina, PSA: “Ecco come l’abbiamo sconfitta in Sardegna”

La Peste Suina Africana è arrivata in Lombardia e tutto il settore suinicolo è in allarme. Eppure ci sono dei Paesi o regioni che sono riusciti a sconfiggerla. Uno di questi è la Sardegna.

La Peste Suina Africana è arrivata in Lombardia. In questi giorni non si parla d’altro e tutto il settore suinicolo è in allarme. Eppure ci sono dei Paesi o regioni che sono riusciti a sconfiggerla. Uno di questi è proprio a casa nostra: la Sardegna. Giuseppe Pulina, Professore ordinario di Etica e Sostenibilità degli Allevamenti dell’Università di Sassari e Presidente di Carni Sostenibili, è stato delegato a far parte del tavolo dell’unità di crisi promossa dalla giunta Pigliaru in qualità di amministratore unico dell’agenzia forestale della Sardegna (al tavolo coordinato dalla Presidenza della Giunta, sedevano anche l’Istituto Zooprofilattico, le ASL servizi veterinari, il Corpo Forestale, Ministero e Assessorato alla Salute, l’UE con il suo esperto, il Professor Vitzcaino, autore del piano di eradicazione PSA spagnolo) e spiega come ha proceduto la Regione sarda per arginarla.

In Sardegna dal 2018 c’è il silenzio epidemiologico, cioè nessun focolaio nei domestici e nei selvatici e positività residue (4 su 15.000 campioni) nei cinghiali anziani. Entro l’anno in corso, la Sardegna sarà dichiarata aperta al commercio su tutto il territorio, mentre oggi è aperto circa l’80% e restano alcune restrizioni nelle aree in cui si sono verificati gli ultimi focolai. “Dopo anni di pene siamo riusciti ad uscirne”, spiega il Professore: “Si dovrebbe prendere esempio dalla suinicoltura sarda per due motivi: a) perché con le misure di biosicurezza, che hanno compreso gli abbattimenti dei suini bradi e l’interdizione del pascolo brado, sono stati estinti i focolai; b) perché la PSA non è mai uscita dalla Sardegna, dimostrando un altissimo grado di controllo dell’infezione che altrimenti avrebbe da molto tempo interessato l’intero Paese. Ergo: controllo dei selvatici con l’impegno dei cacciatori; bando del pascolo brado in tutto il territorio nazionale, con buona pace del recupero di diverse razze locali, se non messe in condizioni di allevamento protetto; aumento della biosicurezza degli allevamenti con misure draconiane per gli ingressi (per citare alcuni esempi, i camion del mangime fuori dall’allevamento; nessuna visita se non dei veterinari e degli addetti; formazione continua del personale; grande attenzione alle movimentazioni; ecc…).

Anche Spagna, Belgio e Repubblica Ceca sono riusciti a sconfiggere la PSA, grazie ad un impegnativo piano di gestione dei selvatici, quindi dei cinghiali. “Tutti i cacciatori hanno l’obbligo di consegnare un campione di ciascun capo abbattuto all’Istituto Zooprofilattico che fa la verifica e non consumare la carne prima degli esiti dello stesso. Se l’animale è positivo bisogna procedere alla distruzione della carcassa, anche se la carne, come si dirà in seguito, non è pericolosa per l’uomo, ma per interrompere quell’eventuale via di trasmissione”, aggiunge Pulina: “Da noi negli ultimi 10 anni sono stati conferiti all’Istituto Zooprofilattico da 15.000 a 20.000 cinghiali l’anno da parte dei cacciatori che si sono rivelati uno degli attori risolutivi del piano di eradicazione. Inoltre, tutti gli allevamenti sono stati sottoposti a controlli sierologici a tappeto per cui si è operata una  sorveglianza attiva, che è diversa da quella passiva. La sorveglianza passiva significa che se ti capita di trovare il virus, ne prendi atto, mentre con la sorveglianza attiva lo vai a cercare. Se c’è l’obbligo per tutti gli allevamenti di un sierologico una volta al mese a quel punto si conosce la mappa del virus. Quando ti si ammala il maiale e si chiamano i servizi veterinari, ormai è tardi”.

Assosuini punta molto sull’intervento dell’esercito per coordinare i cacciatori, ma secondo Pulina non serve. “Lasciamo stare l’esercito ai suoi compiti istituzionali. Esiste in Italia un esercito di cacciatori già addestrato per questo tipo di prelievo venatorio. Tuttavia, per questa  caccia bisogna evitare la braccata, perché spaventa l’animale, che se non colpito bene, a volte si perde. Se perdo una carcassa infetta arrivano altri cinghiali, ho altri vettori di trasmissione della patologia e la diffondo. Con la posta, con tre o quattro bravi cacciatori, è più facile abbattere  l’animale al primo colpo. Perché l’esercito no? Immaginate dei soldati che, per quanto bravi, vadano a fare una battuta al cinghiale. Quando noi abbiamo pensato agli abbattimenti del suino brado illegale, che beninteso non è un cinghiale perché non si infratta ed è un bersaglio molto meno mobile, abbiamo dovuto affrontare problemi di balistica, perché occorrono proiettili speciali, un tiro speciale, e dei tiratori scelti, che siano addestrati allo sparo alla carabina: le condizioni per questo tipo di intervento erano talmente restrittive che nessuna ditta né italiana ne straniera si è presentata all’appalto. I cacciatori, invece, conoscono i territori in cui abitualmente operano, dispongono della linea di fuoco. L’esercito dovrebbe subire un addestramento specifico per arrivare alla competenza già disponibilie fra i cacciatori per le modalità di abbattimento dei cinghiali”.

Ecco perché secondo il Professor Pulina, la cosa migliore è affidare il depopolamento del cinghiale ai cacciatori e abbatterne il più possibile. C’è anche una selettività nella caccia: “Aprire la stagione di caccia al cinghiale il numero maggiore di  giorni possibili e colpire soprattutto le femmine gestanti. Perché se elimino le scrofe, evito la proliferazione di 7-8 cinghialetti. Se abbatto, invece, un giovane maschio, porto a casa una sola unità di depopolamento. Ma se devo fare un depopolamento, devo colpire le parti vitali della popolazione e questo l’ISPRA lo sa bene: infatti un piano rigoroso di contenimento della fauna selvatica può solo arrivare da questa nostra istituzione. Se non sbaglio però è stato nominato un Commissario straordinario, che dovrebbe primariamente coinvolgere in questa attività la stessa ISPRA, olre che il centro di referenza degli Istituti Zooprofilattici. Non sono informato se l’abbia già fatto, ma non ho dubbi che procederà in tal senso”.

Assosuini nel suo piccolo è da mesi e mesi che fa appelli. Cosa ha impedito di fare qualcosa fino ad ora? Secondo Pulina, l’influenza degli animalisti ha una grande colpa. “E poi c’è il tema del pascolo brado, che va affrontato con decisione in tutta l’Italia per rescindere la catena del contagio domestico-selvatico. In Sardegna per allevare suini in plein air abbiamo obbligato gli allevatori a fare le recinzioni (doppia recinzione per evitare il contatto con il brado), che le hanno pagate di tasca loro. Abbiamo tuttavia attivato delle premialità di benessere animale per i casi di emersione dal brado illegale e per il riavvio di attività di suinicoltura da parte dei giovani allevatori con i fondi PSR”.

Secondo Pulina, bisogna assolutamente, oltre al Commissario, istituire un’unità di crisi nazionale. “Noi abbiamo fatto l’unità di crisi sarda. Ognuno ha qualcosa da perdere, ed è più semplice buttare la colpa sulle spalle degli altri. Ma in questo modo la Peste Suina Africana resterà tra noi serenamente. In Sardegna ci è rimasta per quasi cinquant’anni. Quando mi sono seduto ai primi tavoli dell’unità di crisi, i componenti hanno analizzato con senso critico  tutti gli errori che avevamo commesso nel passato, abbiamo trovato il bandolo della matassa. Ma non è stato facile. Abbiamo ricevuto minacce e durante le operazioni di depopolamento le persone si radunavano e urlavano per far scappare i maiali. Siamo dovuti in diversi casi intervenire con le forze dell’ordine per evitare ritorsioni di qualche scalmanato contro i nostri operai e veterinari”.

Il Professor Pulina ribadisce anche che la PSA è innocua per l’uomo, rassicurando i consumatori: “Sul prosciutto le prove sperimentali che abbiamo fatto hanno dimostrato che il virus non sopravvive. Però c’è sempre il vincolo sanitario. Si può lanciare un allarme serio per il settore, ma non catastrofico, perché non fa male all’uomo. In Sardegna abbiamo continuato a mangiare tranquillamente carne di maiale per cinquant’anni e non ha mai fatto male a nessuno”.

Insomma, in Sardegna sono stati bravissimi a tenere la PSA in casa e l’Italia deve fare altrettanto. “Oltre all’azione messa in campo dal Governo e dalle Regioni interessate, occorre chiamare a raccolta tutta la filiera, dai mangimisti ai trasformatori, affinché si mettano attorno ad un tavolo con l’Istituto Zooprofilattico con il Centro di Referenza Nazionale per la Peste Suina Africana a Perugia, l’Ispra, che ha l’Istituto Tecnico della Fauna. Il Ministero della Salute ci ha dato una grossa mano e sa di cosa stiamo parlando. I medici veterinari sanno perfettamente come muoversi. E magari invitino il coordinatore del tavolo di eradicazione della PSA in Sardegna per sentire per bene cosa è stato fatto da noi. Bisogna fare un programma draconiano, come è stato fatto per la gestione del lockdown. Altrimenti con le chiacchiere non si blocca la PSA e il virus circola indisturbato, perché è sempre qualcun altro che ci deve pensare. Con i compromessi non si va da nessuna parte e Assosuini deve mediare fra le diverse posizioni. In questo caso non ci sono scorciatoie. Sconfiggere la PSA è molto difficile, ma ci sono riusciti in Spagna e ci siamo riusciti in Sardegna –conclude Pulina – Ci può riuscire anche il resto dell’Italia.

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