Due aziende suinicole, situate a Comano e a San Marcello Piteglio, sono già state interessate dalla malattia. Una conferma ulteriore di ciò che Assosuini denuncia da oltre due anni: senza una riduzione effettiva, programmata e verificabile della popolazione dei cinghiali, la peste suina africana continuerà a trovare nel territorio italiano un serbatoio difficilmente controllabile e una via permanente di avvicinamento agli allevamenti.
La situazione toscana non rappresenta un episodio isolato. In Piemonte e Liguria le positività complessivamente rilevate nei cinghiali hanno superato quota 2.100, mentre nel 2025, secondo i dati europei, i casi nella fauna selvatica sono aumentati del 44 per cento rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo i focolai tra i suini domestici sono cresciuti del 76 per cento, raggiungendo quota 585 nell’Unione europea.
Sono numeri che non consentono più di parlare di emergenza imprevedibile. La dinamica della malattia è conosciuta da tempo, così come è noto il ruolo centrale svolto dai cinghiali infetti e dalle loro carcasse nella permanenza del virus nell’ambiente. Anche la sorveglianza passiva, attraverso la ricerca e l’analisi degli animali trovati morti, si è dimostrata fondamentale, avendo consentito di individuare il 73 per cento dei focolai europei nella fauna selvatica.
Il confronto con quanto avvenuto in Spagna è particolarmente significativo. Dopo la ricomparsa della peste suina africana nell’area di Barcellona, a distanza di 31 anni dall’eradicazione, le autorità hanno adottato misure immediate e incisive. In Aragona, regione ancora indenne ma confinante con la Catalogna e fortemente dipendente dalla filiera suinicola, è stato riconosciuto un contributo fino a 30 euro per ogni cinghiale abbattuto e fino a 55 euro per il trasporto degli animali verso i centri autorizzati.
Il provvedimento spagnolo prevede inoltre la possibilità di imporre un incremento degli abbattimenti qualora i gestori delle riserve di caccia non intervengano volontariamente. È una scelta preventiva, adottata prima che il virus raggiunga gli allevamenti della regione, a tutela di un comparto dal quale dipendono quattro posti di lavoro agroalimentari su dieci.
In Italia, invece, continuiamo troppo spesso a intervenire quando il virus è già arrivato. Si moltiplicano le restrizioni, gli obblighi di biosicurezza, i controlli e i costi a carico degli allevatori, mentre la riduzione della popolazione dei cinghiali procede lentamente, in modo disomogeneo e senza risultati proporzionati alla gravità della minaccia.
Assosuini non mette in discussione la necessità della biosicurezza negli allevamenti. Gli allevatori hanno investito e continuano a investire risorse importanti per proteggere gli animali, adeguare le strutture e rispettare prescrizioni sempre più rigorose. Ma non si può pretendere che la filiera costruisca una fortezza sanitaria mentre all’esterno permane una popolazione selvatica sovrabbondante, difficilmente controllata e capace di mantenere il virus sul territorio per anni.
«Da due anni chiediamo una vera decinghializzazione, accompagnata da una ricerca sistematica delle carcasse e da una catena efficiente per la loro raccolta e il loro smaltimento», sottolinea Assosuini. «Non servono altri annunci, tavoli o obiettivi teorici. Servono squadre operative, risorse adeguate, responsabilità definite e dati trasparenti sui risultati raggiunti. La Spagna ha dimostrato che, quando la filiera suinicola è considerata strategica, si interviene rapidamente anche nelle aree ancora indenni».
Le conseguenze economiche della PSA, infatti, iniziano molto prima dell’ingresso del virus in un allevamento. In Spagna la crisi ha prodotto restrizioni all’esportazione e ricadute occupazionali immediate. In Italia gli allevatori delle zone sottoposte a restrizione subiscono limitazioni alla movimentazione, difficoltà nella macellazione, costi logistici superiori e una perdita di valore degli animali, anche quando le loro aziende non presentano alcun focolaio.
«Ogni mese perso aumenta il rischio che altri allevamenti sani vengano coinvolti e che altre imprese siano costrette a pagare per una situazione che non hanno creato», conclude Assosuini. «La decinghializzazione non è una battaglia ideologica contro la fauna selvatica, ma una misura sanitaria indispensabile per riportare la popolazione dei cinghiali entro livelli compatibili con la sicurezza del territorio. I 638 casi della Toscana dimostrano che il tempo degli interventi parziali è finito. Occorre agire ora, prima che il costo dell’inerzia ricada ancora una volta sugli allevatori».



