Sono direttamente coinvolti 188 dipendenti, decine di fornitori e una parte rilevante della filiera agricola di Bassa Sassonia, Brandeburgo, Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore.
Il dissesto racconta una crisi che va ben oltre i confini della Germania. I suinetti vengono pagati circa 30 euro, mentre il prezzo dei suini da macello è sceso intorno a 1,40 euro al chilogrammo. Secondo i dati diffusi dall’azienda, queste quotazioni determinano perdite strutturali superiori a 25 euro per ogni suinetto e a 50 euro per ogni suino destinato alla macellazione. Ricavi che, in alcuni casi, non sono sufficienti neppure a coprire mangimi, acqua ed energia.
Nel frattempo sono aumentati i costi per costruzioni, salari, finanziamenti e adeguamenti normativi. Quando un’impresa perde su ogni animale prodotto, non esiste efficienza gestionale capace di compensare indefinitamente lo squilibrio. Il fallimento diventa soltanto una questione di tempo.
Il dato più preoccupante è che Geestferkel aveva investito milioni di euro nel miglioramento delle condizioni di allevamento. Tutti gli allevamenti di scrofe risultavano certificati secondo l’iniziativa tedesca Tierwohl e le strutture erano state sottoposte a importanti interventi di ristrutturazione. L’impresa aveva quindi seguito esattamente la direzione indicata dalla politica e dal mercato: più benessere animale, più investimenti e standard più elevati.
La risposta economica, però, non è arrivata. Chi ha investito è rimasto esposto a costi maggiori senza ottenere un prezzo adeguato. È una contraddizione che l’Europa continua a ignorare: si chiedono agli allevatori trasformazioni sempre più onerose, ma non si costruiscono le condizioni economiche necessarie per sostenerle. Il benessere animale non può essere trasformato in un obbligo finanziato esclusivamente dalle aziende agricole.
A questo si aggiunge il crescente squilibrio nella distribuzione del valore. In Germania quattro catene della grande distribuzione controllano circa l’85% del mercato. Una concentrazione di questo livello conferisce agli acquirenti un potere contrattuale enorme, mentre gli allevatori rimangono esposti alla volatilità delle quotazioni e all’aumento dei costi. Le dichiarazioni a favore della sostenibilità e del benessere animale perdono ogni credibilità quando il prezzo riconosciuto alla produzione non copre neppure le spese essenziali.
La proposta di sostituire le quotazioni settimanali con contratti annuali merita quindi attenzione. La volatilità estrema impedisce agli allevatori di programmare gli investimenti e rende sempre più difficile ottenere credito. Una filiera moderna ha bisogno di rapporti contrattuali più stabili, costi verificabili e meccanismi di formazione del prezzo capaci di garantire la continuità produttiva.
Anche l’ipotesi di un contributo pubblico fisso per ogni animale allevato secondo standard più elevati non può essere liquidata come una richiesta assistenziale. Se la politica impone obiettivi di interesse generale, deve anche concorrere al loro finanziamento. Diversamente, il risultato sarà la chiusura degli allevamenti europei e il trasferimento della produzione verso Paesi con regole meno rigorose.
È il paradosso di una politica che pretende di proteggere gli animali indebolendo proprio le imprese chiamate a garantirne il benessere. Gli allevamenti chiudono, i posti di lavoro scompaiono e l’Europa diventa più dipendente dalle importazioni. Non diminuiscono i consumi e non migliora automaticamente la qualità: cambia soltanto il luogo nel quale si produce, spesso con standard inferiori e controlli meno stringenti.
Il caso Geestferkel deve essere letto con attenzione anche in Italia. La pressione delle nuove normative ambientali, l’aumento dei costi e la debolezza contrattuale degli allevatori possono produrre gli stessi effetti. Ogni ulteriore obbligo, a partire da quelli collegati alla revisione della Direttiva sulle emissioni industriali, deve essere accompagnato da una valutazione economica reale e da risorse adeguate. Non basta fissare nuovi standard senza chiedersi chi dovrà pagarli.
La suinicoltura europea non ha bisogno di altre promesse. Ha bisogno di prezzi che coprano i costi, contratti più stabili, rapporti di filiera equilibrati e politiche che premino concretamente gli investimenti richiesti. In assenza di queste condizioni, il fallimento di Geestferkel rischia di non essere un caso isolato, ma l’anticipazione di ciò che attende molte altre aziende.
Difendere gli allevamenti non significa opporsi al miglioramento degli standard. Significa impedire che il costo di ogni scelta venga scaricato sull’anello più debole della filiera. Senza redditività non ci sono investimenti, non c’è benessere animale e, soprattutto, non c’è futuro per la produzione suinicola europea.



