La riorganizzazione della suinicoltura danese apre una questione che riguarda tutta la filiera europea: come recuperare competitività senza scaricare sugli allevatori il costo della trasformazione industriale.
È questo uno dei temi principali emersi dalla tavola rotonda che ha messo a confronto rappresentanti dei produttori danesi, di Danish Crown e di altri Paesi europei.
Al centro della discussione, il futuro del sistema cooperativo danese e il rapporto tra produzione primaria, macellazione e trasformazione. Danish Crown ha illustrato la necessità di rivedere il proprio modello produttivo, aumentando la valorizzazione delle carni attraverso lavorazioni e prodotti destinati al consumatore finale. L’obiettivo è ottenere maggiore valore da ciascun animale, riducendo la dipendenza dalla vendita di carne fresca o congelata e rafforzando le attività di trasformazione.
Una scelta che risponde anche alle difficoltà dei mercati internazionali. Nel confronto è stata richiamata la crescente produzione interna di alcuni Paesi asiatici, in particolare della Cina, che rende più difficile collocare le carni europee alle condizioni economiche del passato. La pressione sui prezzi di esportazione si ripercuote lungo la filiera e rende ancora più urgente migliorare l’efficienza industriale e commerciale.
Gli allevatori danesi hanno però sollevato un’obiezione precisa: la riorganizzazione non può essere finanziata mantenendo troppo bassa la remunerazione dei suini. La prospettiva di una maggiore redditività della cooperativa, con premi e distribuzioni legati ai risultati, non risolve da sola il problema delle aziende che devono sostenere quotidianamente i costi di allevamento. Il rilancio dell’industria deve tradursi in un beneficio concreto anche per chi produce la materia prima.
Il divario tra le remunerazioni richiamate per la Danimarca e quelle di altri mercati europei ha alimentato un’ulteriore preoccupazione. Una materia prima acquistata a prezzi particolarmente bassi può consentire all’industria di proporre carni a condizioni più aggressive, trasferendo la pressione competitiva sugli altri sistemi produttivi. Il rischio discusso è quello di una concorrenza al ribasso che finisca per comprimere ulteriormente i margini degli allevatori europei.
Significativo, in questo quadro, il confronto con la Spagna. Alle osservazioni sulla concorrenza esercitata dalle carni spagnole, i rappresentanti del settore hanno risposto rivendicando la capacità dei propri macellatori di operare sul mercato e ottenere margini pur riconoscendo agli allevatori una remunerazione superiore a quella danese richiamata nel dibattito. Un passaggio che porta l’attenzione sull’organizzazione industriale, sulla gestione dei costi e sull’efficacia commerciale, oltre che sul prezzo dei suini.
Alle difficoltà economiche si aggiungono le preoccupazioni per l’evoluzione delle politiche danesi sulla produzione zootecnica. I rappresentanti degli allevatori hanno manifestato il timore che nuovi vincoli possano determinare una forte riduzione dell’attività, sottolineando la necessità di far valere le ragioni del settore nel confronto con le istituzioni.
Per Assosuini, il caso danese richiama un principio essenziale: la competitività della filiera deve poggiare sulla sostenibilità economica degli allevamenti. Innovazione, trasformazione e valorizzazione delle carni sono strumenti necessari, ma il loro successo si misura anche nella capacità di remunerare adeguatamente i produttori. Senza aziende agricole in grado di investire e continuare a lavorare, viene meno la base su cui costruire qualsiasi rilancio industriale.
Suinicoltura danese in crisi: il rilancio non può pesare solo sugli allevatori
È questo uno dei temi principali emersi dalla tavola rotonda che ha messo a confronto rappresentanti dei produttori danesi, di Danish Crown e di altri Paesi europei.
Al centro della discussione, il futuro del sistema cooperativo danese e il rapporto tra produzione primaria, macellazione e trasformazione. Danish Crown ha illustrato la necessità di rivedere il proprio modello produttivo, aumentando la valorizzazione delle carni attraverso lavorazioni e prodotti destinati al consumatore finale. L’obiettivo è ottenere maggiore valore da ciascun animale, riducendo la dipendenza dalla vendita di carne fresca o congelata e rafforzando le attività di trasformazione.
Una scelta che risponde anche alle difficoltà dei mercati internazionali. Nel confronto è stata richiamata la crescente produzione interna di alcuni Paesi asiatici, in particolare della Cina, che rende più difficile collocare le carni europee alle condizioni economiche del passato. La pressione sui prezzi di esportazione si ripercuote lungo la filiera e rende ancora più urgente migliorare l’efficienza industriale e commerciale.
Gli allevatori danesi hanno però sollevato un’obiezione precisa: la riorganizzazione non può essere finanziata mantenendo troppo bassa la remunerazione dei suini. La prospettiva di una maggiore redditività della cooperativa, con premi e distribuzioni legati ai risultati, non risolve da sola il problema delle aziende che devono sostenere quotidianamente i costi di allevamento. Il rilancio dell’industria deve tradursi in un beneficio concreto anche per chi produce la materia prima.
Il divario tra le remunerazioni richiamate per la Danimarca e quelle di altri mercati europei ha alimentato un’ulteriore preoccupazione. Una materia prima acquistata a prezzi particolarmente bassi può consentire all’industria di proporre carni a condizioni più aggressive, trasferendo la pressione competitiva sugli altri sistemi produttivi. Il rischio discusso è quello di una concorrenza al ribasso che finisca per comprimere ulteriormente i margini degli allevatori europei.
Significativo, in questo quadro, il confronto con la Spagna. Alle osservazioni sulla concorrenza esercitata dalle carni spagnole, i rappresentanti del settore hanno risposto rivendicando la capacità dei propri macellatori di operare sul mercato e ottenere margini pur riconoscendo agli allevatori una remunerazione superiore a quella danese richiamata nel dibattito. Un passaggio che porta l’attenzione sull’organizzazione industriale, sulla gestione dei costi e sull’efficacia commerciale, oltre che sul prezzo dei suini.
Alle difficoltà economiche si aggiungono le preoccupazioni per l’evoluzione delle politiche danesi sulla produzione zootecnica. I rappresentanti degli allevatori hanno manifestato il timore che nuovi vincoli possano determinare una forte riduzione dell’attività, sottolineando la necessità di far valere le ragioni del settore nel confronto con le istituzioni.
Per Assosuini, il caso danese richiama un principio essenziale: la competitività della filiera deve poggiare sulla sostenibilità economica degli allevamenti. Innovazione, trasformazione e valorizzazione delle carni sono strumenti necessari, ma il loro successo si misura anche nella capacità di remunerare adeguatamente i produttori. Senza aziende agricole in grado di investire e continuare a lavorare, viene meno la base su cui costruire qualsiasi rilancio industriale.
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