Peste suina africana: nuova mappa delle restrizioni e prospettive per il comparto suinicolo lombardo

PSA in Lombardia 2026: nuova mappa delle zone di restrizione, ripopolamento allevamenti e impatti economici sul settore suinicolo.

La recente rimodulazione delle zone di restrizione per la peste suina africana rappresenta un passaggio cruciale per il comparto suinicolo lombardo, con effetti diretti sia sulla gestione sanitaria sia sulle prospettive economiche degli allevamenti. Il nuovo quadro deriva dal Regolamento di esecuzione (UE) 2026/767, che modifica il precedente impianto normativo alla luce di un’evoluzione epidemiologica considerata favorevole. In particolare, il provvedimento ha portato a una significativa revisione delle aree sottoposte a vincoli, con la revoca delle restrizioni in intere province e una ridefinizione più mirata delle zone residue. Questo cambiamento, pur rappresentando un segnale positivo, impone agli operatori una fase di attenta transizione, in cui opportunità e obblighi si intrecciano strettamente.

Dal punto di vista territoriale, la nuova mappa evidenzia una contrazione rilevante delle aree soggette a limitazioni, soprattutto nelle province di Milano e Lodi, ormai quasi completamente escluse dalle zone di restrizione ad eccezione di casi puntuali. Rimane invece una presenza significativa di territori vincolati nella provincia di Pavia, dove si distinguono chiaramente due livelli di rischio: la zona di restrizione I, più estesa e caratterizzata da un rischio inferiore, e la zona di restrizione II, che interessa in particolare l’area collinare dell’Oltrepò pavese. I dati aggiornati mostrano come decine di comuni restino ancora inclusi nei perimetri di sorveglianza rafforzata, tra cui centri rilevanti della pianura come Pavia, Belgioioso e Stradella per la ZRI , mentre la ZRII coinvolge numerosi comuni dell’area vitivinicola e montana, tra cui Casteggio, Voghera e Varzi . Questa differenziazione territoriale riflette una gestione sempre più granulare del rischio sanitario.

Sul piano operativo, la rimodulazione delle zone apre una fase delicata per il ripopolamento degli allevamenti, che resta strettamente subordinato al rispetto di rigorosi requisiti di biosicurezza. Le indicazioni regionali chiariscono che, anche nelle aree tornate libere, l’introduzione di nuovi capi è consentita solo previa verifica puntuale delle condizioni strutturali e gestionali degli stabilimenti. È richiesto l’aggiornamento del manuale aziendale di biosicurezza, accompagnato da controlli ufficiali che attestino la conformità alle normative vigenti, inclusi i requisiti rafforzati nei casi di movimentazione da zone soggette a restrizione. Questo approccio evidenzia come la fase post-emergenziale non coincida con un allentamento delle misure, ma piuttosto con una loro razionalizzazione e rafforzamento qualitativo.

In questo contesto, si rende però strettamente necessario intensificare ulteriormente le attività di sorveglianza sul territorio, in particolare la ricerca e la raccolta sistematica delle carcasse di suidi selvatici. È proprio attraverso l’analisi di questi ritrovamenti che è possibile comprendere se la circolazione virale si sia effettivamente arrestata nelle aree limitrofe alle principali zone di produzione. Accelerare queste operazioni significa dotarsi di uno strumento epidemiologico fondamentale, che consente di individuare tempestivamente eventuali focolai residui e di prevenire nuove infezioni. La raccolta delle carcasse non è quindi un’attività accessoria, ma rappresenta il fulcro di una strategia di contenimento basata su dati oggettivi e verificabili.

Permangono inoltre elementi di preoccupazione che richiedono un cambio di passo, come dimostra il caso dell’area di Langhirano, in Emilia-Romagna, che evidenzia come il rischio non sia ancora del tutto superato. In queste zone è necessario rafforzare sia le attività di controllo e gestione della fauna selvatica sia, ancora una volta, la capacità di individuazione e rimozione delle carcasse. Solo un’azione coordinata e incisiva può evitare che situazioni locali compromettano i risultati ottenuti in altri territori. Il contenimento della PSA richiede infatti una visione interregionale, che superi i confini amministrativi e si fondi su standard operativi omogenei e tempestivi.

Particolarmente stringente resta la procedura prevista per gli allevamenti che sono stati sede di focolaio o oggetto di abbattimento preventivo, per i quali il ripopolamento richiede un iter autorizzativo articolato e multilivello. Oltre alla verifica della chiusura del focolaio e alla rimozione dei vincoli sanitari, è necessario predisporre un dossier tecnico che documenti in modo dettagliato le misure adottate e le garanzie offerte in termini di mitigazione del rischio. Solo a seguito di una valutazione favorevole da parte delle autorità competenti, e con il coinvolgimento della struttura commissariale nazionale, è possibile procedere all’accasamento. Questo sistema riflette una logica di controllo centralizzato e di massima prudenza, coerente con la natura altamente diffusiva della PSA.

Infine, non può essere trascurata la dimensione economica e sociale di questa lunga emergenza sanitaria. Gli allevatori delle aree che oggi risultano tornate libere o semilibere hanno sostenuto per anni costi rilevanti, sacrifici produttivi e limitazioni operative significative. È quindi indispensabile che le istituzioni, a livello regionale e nazionale, mettano in campo strumenti concreti di sostegno, capaci di accompagnare la ripresa delle attività e di compensare almeno in parte le perdite subite. Senza un intervento mirato, il rischio è quello di compromettere in modo strutturale la tenuta del comparto in territori ad alta vocazione suinicola.

Nel complesso, il nuovo assetto delle zone di restrizione rappresenta un segnale incoraggiante per il settore, ma non deve essere interpretato come un ritorno alla normalità pre-emergenziale. La persistenza di aree vincolate, unite alla necessità di mantenere standard elevati di biosicurezza e di rafforzare le attività di sorveglianza attiva, impone agli allevatori un approccio strutturato e consapevole alla gestione aziendale. Per il comparto suinicolo, la sfida nei prossimi mesi sarà quella di trasformare questa fase di transizione in un’opportunità di rafforzamento organizzativo, investendo in prevenzione, tracciabilità e qualità produttiva. In questo senso, la rimodulazione delle zone non è solo un aggiornamento cartografico, ma un passaggio strategico verso un modello di allevamento più resiliente e sostenibile.

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