La ricomparsa della Peste Suina Africana in allevamenti del Nord Italia, con il caso registrato a Montechiaro d’Acqui in provincia di Alessandria che si aggiunge ai focolai di Langhirano, rappresenta l’ennesima conferma di un rischio che il comparto suinicolo aveva segnalato da tempo. Non si tratta di un evento imprevedibile, ma della conseguenza diretta di una gestione incompleta – quando non assente – del principale vettore della malattia: il cinghiale.
La PSA è una malattia virale altamente contagiosa che colpisce suini domestici e selvatici, con tassi di mortalità elevatissimi e conseguenze devastanti sul piano economico. Non è trasmissibile all’uomo, ma il suo impatto sulla filiera è immediato: blocco delle esportazioni, abbattimenti, perdita di capi e danni incalcolabili per allevatori e trasformatori. In un territorio come quello della Pianura Padana, dove si concentra una parte significativa della produzione suinicola italiana – inclusa quella legata a filiere di eccellenza – ogni focolaio rappresenta una minaccia sistemica.
Nel caso specifico di Montechiaro d’Acqui, il dato più rilevante è il contesto epidemiologico: l’allevamento si trova in una zona già classificata a rischio, e l’unica catena di trasmissione plausibile è quella che coinvolge la fauna selvatica. È qui che emerge con forza il nodo politico e gestionale denunciato da Assosuini. I cinghiali costituiscono un vero e proprio “serbatoio” del virus: animali infetti, vivi o morti, continuano a diffondere la malattia sul territorio, rendendo inefficace qualsiasi misura limitata ai soli allevamenti.
Il punto critico non è solo la presenza dei cinghiali, ma la loro crescita incontrollata negli ultimi anni. L’assenza di una strategia strutturata di contenimento – quella che Assosuini definisce senza ambiguità “decinghializzazione” – ha creato le condizioni ideali per la persistenza e la diffusione del virus. In molti territori, le popolazioni di cinghiali hanno raggiunto densità incompatibili con qualsiasi obiettivo sanitario, mentre gli interventi di abbattimento e controllo risultano frammentati, insufficienti o ostacolati da resistenze politiche e culturali.
Accanto al contenimento numerico, un altro elemento decisivo è la gestione delle carcasse. I cinghiali morti per PSA rappresentano uno dei principali veicoli di contagio: il virus può sopravvivere a lungo nei tessuti e nel terreno, infettando altri animali che entrano in contatto con i resti. Senza un sistema efficace di individuazione, raccolta e smaltimento delle carcasse, ogni focolaio rischia di trasformarsi in una fonte permanente di infezione.
In questo quadro, gli allevatori si trovano a sostenere costi crescenti per rafforzare le misure di biosicurezza – recinzioni, controlli sanitari, procedure di accesso – senza che venga affrontata la causa primaria del problema. È un approccio sbilanciato, che scarica sul settore produttivo responsabilità che dovrebbero essere condivise a livello istituzionale e territoriale.
L’esperienza internazionale è chiara: nei Paesi in cui la PSA è stata contenuta o eradicata, il controllo rigoroso della fauna selvatica ha rappresentato una condizione imprescindibile. Ignorare questo dato significa prolungare l’emergenza e moltiplicare i danni. La posizione di Assosuini si inserisce esattamente in questa evidenza empirica: senza una riduzione significativa del bacino di cinghiali e senza una gestione sanitaria efficace del territorio, ogni intervento sarà inevitabilmente parziale.
Il ritorno della PSA, dunque, non è solo un fatto sanitario, ma il sintomo di una scelta – o di una non-scelta – politica. Continuare a rimandare decisioni impopolari ma necessarie rischia di compromettere un intero comparto strategico del Made in Italy agroalimentare. La questione non è più se intervenire, ma con quale rapidità e con quale grado di determinazione.



