Chi vuole uccidere la suinicultura italiana? Il mondo mangia sempre più maiale, noi ne alleviamo sempre meno

Il maiale non è un prodotto marginale. È una delle grandi colonne dell’alimentazione mondiale, una risorsa economica, agricola e culturale che continua a occupare un posto centrale nelle diete di molti Paesi.

Secondo i dati più recenti raccolti da World Population Review, la carne suina rappresenta circa il 34% dell’assunzione globale di carne, con consumi mondiali attorno a 131 milioni di tonnellate e una domanda prevista ancora sostanzialmente stabile nei prossimi anni.

Basta guardare la geografia dei consumi per capire la dimensione del fenomeno. In testa alla classifica mondiale dei consumi pro capite figurano molti Paesi europei: Croazia, Spagna, Montenegro, Polonia. L’Italia, con circa 34,96 kg pro capite, si colloca anch’essa tra i Paesi dove il suino mantiene un peso rilevante nell’alimentazione e nella tradizione gastronomica.

Questo significa una cosa molto semplice: mentre nel mondo il maiale continua a essere una proteina strategica, in Europa e in Italia la filiera suinicola resta essenziale non solo per il consumo diretto, ma anche per il valore aggiunto che genera in termini di trasformazione, occupazione, export, presidio del territorio e qualità certificata. Le aree europee a maggiore densità suinicola continuano infatti a concentrarsi nei grandi poli produttivi continentali, e il Nord Italia resta una delle zone di riferimento della suinicoltura europea.

Ed è proprio qui che emerge il paradosso italiano.

Perché mentre il mondo continua a chiedere carne suina, e mentre il nostro Paese mantiene una cultura alimentare fortemente legata al maiale e alle sue trasformazioni, l’Italia da anni mostra segnali di indebolimento produttivo. L’Istat ha rilevato che nel 2023 le macellazioni di suini sono diminuite del 4,4% in numero di capi e del 2,7% in peso rispetto all’anno precedente. A questa tendenza si sono aggiunte nel 2024 dinamiche ancora fragili: secondo il rapporto economico diffuso da ASSICA, le macellazioni complessive in Italia sono cresciute solo dello 0,5%, meno della media UE, mentre quelle dei suini destinati al circuito DOP sono scese del 5,1%, fermandosi a 7,024 milioni di capi. Sul settore hanno pesato l’incertezza sanitaria, i costi elevati e l’effetto degli adeguamenti ai disciplinari di produzione.

Il punto politico e strategico è tutto qui: non possiamo permetterci di essere un grande Paese consumatore e trasformatore, ma sempre meno un grande Paese produttore. Se la base zootecnica nazionale arretra, si indebolisce l’intera catena del valore: allevamenti, mangimistica, macellazione, trasformazione, salumifici, DOP, logistica, occupazione e presenza economica nelle aree rurali. In altre parole, senza suino italiano si indebolisce anche una parte del Made in Italy agroalimentare.

In questo quadro, la Peste Suina Africana ha rappresentato e continua a rappresentare un fattore decisivo di pressione. Lo stesso Assosuini ha richiamato l’importanza del nuovo Piano Strategico 2025 per il controllo della PSA, fondato su contenimento, biosicurezza, sorveglianza e gestione della popolazione di cinghiali, proprio per proteggere gli allevamenti e fermare la diffusione del virus. Ma il tema sanitario, pur decisivo, da solo non basta.

Serve un salto di scala. Serve una visione industriale, agricola e nazionale.

Assosuini lo aveva già indicato con chiarezza, chiedendo una visione strategica per il futuro della suinicoltura italiana e sottolineando la necessità di un Piano Nazionale capace di valorizzare il prodotto, rafforzare la comunicazione verso il consumatore, distinguere il Made in Italy e sostenere anche l’export. Oggi quella richiesta appare ancora più attuale. Anzi: appare urgente.

Un vero Piano strategico per il futuro dovrebbe mettere insieme almeno cinque priorità: difesa sanitaria e biosicurezza; sostegno agli allevamenti e agli investimenti; rafforzamento della base produttiva nazionale; valorizzazione della carne suina italiana e delle produzioni certificate; ricambio generazionale e innovazione nelle aziende. La questione non riguarda solo gli allevatori: riguarda l’autonomia produttiva del Paese, la tenuta delle filiere DOP e la capacità dell’Italia di non arretrare in un comparto che nel mondo continua a essere centrale. Le stesse statistiche europee mostrano che nel 2024 la popolazione suina dell’UE era pari a 132,1 milioni di capi, con un sistema produttivo che resta altamente competitivo e concentrato in alcune grandi regioni.

Ecco allora il punto da dire con forza: se il mondo continua a credere nel suino, l’Italia non può scegliere di ridimensionarsi per inerzia. Non basta gestire l’emergenza. Non basta difendere l’esistente. Occorre decidere se la suinicoltura italiana debba essere considerata davvero un asset strategico nazionale.

Perché il maiale, nel mondo, resta una risorsa globale. Ma in Italia può continuare a esserlo solo se alla qualità, alla tradizione e alla forza della trasformazione sapremo affiancare una scelta precisa: tornare a investire sulla produzione.

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