Farm to Fork: troppi paradossi e danni agli allevatori

Nonostante i buoni propositi della strategia “Farm to Fork” della Commissione europea per la produzione di cibo più sostenibile, il settore zootecnico ha messo in evidenza 9 paradossi che ostacolano il processo di transizione green. Invece di escludere gli operatori di questo settore dai processi decisionali che li e ci riguardano, infatti, sarebbe utile che questi partecipassero attivamente alle sfide per la sostenibilità. Come? Ad esempio mettendo a disposizione le proprie conoscenze ed esperienze che chiaramente mancano in questa importante fase storica

I paradossi infatti si basano sul preconcetto sbagliato che la carne non sia un alimento salutare né sostenibile per l’ambiente. In realtà, oggi gli allevamenti non sono più come una volta. Grazie all’innovazione tecnologica si sono evoluti, imparando ad utilizzare meno risorse e diventando più efficienti. Purtroppo, la maggior parte delle persone non è consapevole di questa evoluzione, anche perché le fattorie sono diminuite drasticamente e le generazioni moderne non hanno mai vissuto da vicino il mondo agricolo e zootecnico. Nel mondo iper-urbanizzato in cui viviamo, di conseguenza, dilaga una visione distorta dell’allevamento, intesa solo da una prospettiva urbana che non ne conosce la realtà e i cicli naturali. È questo il problema principale da cui derivano i 9 paradossi che si scontrano con le buone intenzioni della Farm to Fork (per cui, è bene sottolinearlo, la Commissione europea non ha mai eseguito una valutazione di impatto), impedendo di fatto di raggiungerne gli obbiettivi.

Ad esempio, è falso che gli allevamenti sottraggano terreno prezioso alle colture per l’alimentazione umana. In Europa il terreno destinato all’allevamento e al pascolo è rimasto costante negli ultimi 60 anni, mentre la popolazione è cresciuta di oltre 125 milioni. L’alimentazione degli animali si basa per l’86% di parti non edibili per l’uomo, come erba, fieno e derivati da residui colturali ricchi in cellulosa e non digeribili dall’uomo. Gli animali per questo compiono un lavoro grandioso, convertendoli in cibi dall’alto valore nutrizionale per noi.

Inoltre, il 44% degli ettari destinato a pascoli riguarda terreni più difficili o impossibili da coltivare. Questo vuol dire che se non fossero destinati a pascoli per alimentare gli animali erbivori che alleviamo, l’uomo non ricaverebbe nemmeno una caloria o un grammo di proteina da quella quota di superficie agricola. È importante quindi far sapere che gli allevamenti consentono di ottenere cibi altamente nutrienti anche dalle superfici agricole improduttive o poco produttive, che in Europa sono più del 40%.

Bisogna essere ben consapevoli che consumare proteine animali ad alto valore biologico ha favorito lo sviluppo del cervello umano dalla preistoria ad oggi, perché sono le più efficienti. Con pochissime calorie troviamo tutti gli amminoacidi essenziali, preziose vitamine, minerali ad alta biodisponibilità e composti bioattivi nutraceutici che fanno bene alla salute. I cibi animali ci hanno permesso di diventare gli esseri intelligenti di oggi e grazie a questo benessere la vita media si è allungata di 10 anni, con un’aspettativa di vita di 80 anni.

Dove c’è allevamento c’è poi custodia e cura del territorio, che ne evita l’abbandono, la cementificazione, i dissesti idrogeologici e la perdita di biodiversità. E non è vero che gli allevamenti inquinano. Infatti in Europa il bestiame allevato è responsabile solo del 7,2% delle emissioni di gas serra. Il restante 85-90% deriva dai combustibili fossili per produrre energia per l’industria e i trasporti. Continuare a puntare il dito contro gli allevamenti e a ignorare le vere cause del cambiamento climatico non risolverà mai il problema e potrebbe addirittura peggiorarlo. Infatti ridimensionare il settore zootecnico europeo come viene proposto potrebbe costringerci ad importare carne da altri Paesi, dove produrre ha un impatto maggiore sul clima.

Per questo è necessario tutelare il settore per non essere poi costretti ad importare da Paesi extra-europei, con evidenti contraccolpi all’economia e all’ambiente, considerando anche l’interconnessione della zootecnia con numerose filiere strategiche, alimentari e non (carne, latte, uova, pelletteria, cosmesi, biomedicale, fertilizzanti naturali, pet food, biogas e biocarburanti). Anche il benessere animale potrebbe non essere più garantito, visto che la legislazione europea a proposito è una delle più complete, rigorose e avanzate al mondo. Un altro paradosso riguarda l’utilizzo dei fertilizzanti, per cui si propone di ridurli del 20% e aumentare le produzioni biologiche del 25%. Per raggiungere questi obbiettivi il bestiame è necessario per fertilizzare il suolo senza l’uso di concimi chimici. Meno allevamenti significherebbe infatti più chimica e più desertificazione.

E vogliamo parlare di occupazione? Ogni allevamento garantisce in media sette posti di lavoro nelle zone rurali. Senza allevamenti e con lo spopolamento delle aree agricole si andrebbe incontro a disastrose perdite occupazionali. Anche l’obbiettivo della Farm to Fork di tutelare il patrimonio gastronomico e culturale, con filiere più corte e più produzioni regionali come le IGP, si scontra con la globalizzazione dei cibi surrogati e ultra-trasformati, senza identità territoriale, culturale e di origine. Nei prossimi trent’anni si dovranno sfamare oltre due miliardi di persone in più e nel 2050 il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle aree urbane, con pochissime persone che si occuperanno della produzione agricola. Chi produrrà il cibo se si riducono l’allevamento animale e la produzione agricola ad esso collegata? Questo significherà meno cibo e più caos sociale. Il dibattito non deve cavalcare l’onda dell’emozione o l’ideologia, solo la scienza può dirci come organizzare su scala globale cibo sostenibile per tutti. Ecco perché in questo scenario è più ragionevole supportare gli allevamenti, anziché denigrarli. Il futuro è nell’innovazione e nella tecnologia, per rispondere alla crescente domanda mondiale di cibo impiegando meno risorse. Di qui l’appello della zootecnia europea per coinvolgere tutti i professionisti e gli esperti del settore. Che, senza ideologia ma forti dei loro saperi e competenze, possano favorire la transizione e l’equilibrio tra la sostenibilità ambientale e quella economica.

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