PSA: il nuovo Piano nazionale sui cinghiali conferma ciò che Assosuini denuncia da anni. Ma il ritmo resta insufficiente

Si tratta di un provvedimento ampio, tecnicamente articolato, che riconosce finalmente – nero su bianco – una serie di evidenze che Assosuini sostiene da tempo

Con le Ordinanze n. 1 e n. 2 del 4 febbraio 2026, il Commissario Straordinario alla Peste Suina Africana ha adottato il nuovo Piano di azione nazionale per la cattura, l’abbattimento e il destino delle carcasse di cinghiale nelle zone indenni da PSA, valido per il triennio 2026-2028. Tuttavia, proprio l’analisi dei numeri contenuti nel Piano dimostra come l’azione prevista resti troppo lenta rispetto alla gravità della situazione epidemiologica ed economica.

I numeri della crisi: un milione di cinghiali, una minaccia strutturale

Il Piano parte da una stima prudenziale ma eloquente: in Italia sarebbero presenti tra 1 e 1,5 milioni di cinghiali, con una stima mediana di 1,25 milioni di capi.
Nel biennio 2023-2024 sono stati abbattuti complessivamente 346.479 cinghiali, pari a circa il 35-45% della popolazione stimata, includendo anche il prelievo non ufficialmente registrato.

La letteratura scientifica richiamata dallo stesso Piano è chiarissima: per ridurre in modo significativo la popolazione di cinghiali in un arco di 3-5 anni, è necessario rimuovere ogni anno tra il 70% e l’80% dei capi presenti.
Tradotto in numeri: oltre 850.000 abbattimenti annui.

Il Piano 2026-2027, invece, fissa un obiettivo di 416.000 capi, cioè poco più del 33% della popolazione stimata, con un incremento del 20% rispetto al biennio precedente.
Un miglioramento, certo. Ma ampiamente insufficiente.

Il paradosso riconosciuto dallo Stato: servirebbe il doppio, ma non si fa

Il documento è sorprendentemente onesto nel riconoscere il problema:
lo Stato ammette che per raggiungere l’obiettivo epidemiologicamente efficace sarebbe necessario aumentare i prelievi del 150%, ma giudica questa soglia “irrealizzabile” per limiti strutturali (numero di cacciatori, conformazione del territorio, frammentazione gestionale).

È proprio qui che si annida il nodo politico:
se il livello necessario è noto, ma non lo si persegue, si accetta implicitamente che la PSA continui a circolare.

E infatti il Piano stesso afferma che nelle aree non vocate – aree urbane, periurbane e territori ad alta densità suinicola – l’obiettivo dovrebbe essere la rimozione totale (100%) dei cinghiali presenti.
Un principio che Assosuini condivide pienamente, ma che deve diventare prassi sistematica, non eccezione teorica.

Le regioni più colpite: la geografia del rischio suinicolo

Il Piano introduce una classificazione delle Regioni in base a quattro indicatori:

numero di suini detenuti,

numero di allevamenti,

danni agricoli medi annui,

situazione epidemiologica PSA.

Da questa analisi emerge una classifica di criticità complessiva che vede ai primi posti:

Piemonte (23),

Lombardia (22),

Emilia-Romagna (21),

Toscana (20),

Liguria (15).

Sono le stesse regioni che rappresentano il cuore della suinicoltura nazionale e della filiera DOP.
Ed è proprio in queste aree che la pressione del cinghiale, unita alla circolazione virale, genera il rischio sistemico più elevato.

Decinghializzazione: non un’opzione, ma l’unica soluzione possibile

Il Piano conferma, senza più ambiguità, che:

il cinghiale è il principale serbatoio del virus,

la PSA è una malattia di categoria A, che impone l’eradicazione immediata,

la riduzione delle densità è condizione necessaria per qualsiasi strategia di contenimento.

Questo significa una cosa sola:
la decinghializzazione non è una scelta ideologica, ma una necessità sanitaria ed economica.

Ogni approccio attendista, ogni rinvio, ogni compromesso al ribasso produce:

nuove zone di restrizione,

blocchi alla movimentazione degli animali,

perdite economiche per gli allevatori,

ulteriore sfiducia nella capacità dello Stato di governare l’emergenza.

Il vero limite del Piano: il fattore tempo

Il Piano 2026-2028 ha il merito di:

rafforzare i metodi selettivi,

includere aree protette e aree urbane,

valorizzare la filiera delle carni di selvaggina,

imporre sistemi digitali di monitoraggio.

Ma resta prigioniero di un ritmo incompatibile con l’urgenza della crisi.
Una PSA che avanza non si contrasta con incrementi marginali, ma con azioni drastiche e concentrate nel tempo.

Assosuini lo sostiene da anni:
meglio interventi intensivi e rapidi, anche impattanti, che anni di gestione emergenziale permanente.

Conclusione: servono coraggio e accelerazione

Le Ordinanze del Commissario certificano finalmente ciò che il mondo produttivo sa da tempo.
Ora serve il passo successivo: trasformare la consapevolezza tecnica in decisione politica.

La decinghializzazione va:

accelerata,

estesa,

sottratta a logiche dilatorie,

considerata parte integrante della tutela della suinicoltura italiana.

Ogni mese perso non è neutralità: è un vantaggio concesso al virus.
E questo, per il comparto suinicolo, non è più accettabile.

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